Psicosi 4.48 è il singhiozzo inconsolabile che si leva dalle macerie del corpo, è il pianto dell’anima che rifiuta di marcire e che non può più nulla, non vuole, non deve più.
In uno spazio bianco e cavo che diventa ogni cosa: l’orizzonte confuso della mente ferita, la reticella strappata del cuore , la stanza d’ospedale, il tempo dell’attesa, il luogo ‘spinoso’ dello sguardo.
Psicosi è un tremito incessante, trattenuto a stento, la febbre incontenibile, una dolorosa sensibilità, un continuo caldo- freddo, la debolezza estrema, la forza nel delirio.
E’ il peso insopportabile di sé, che in quell’istante tra la notte e il giorno diventa intollerabile. E’ il riconoscimento lucido del proprio non senso, non essere, delle proprie illusioni. E’ l’attimo di chiarezza prima del buio eterno, l’attimo in cui il combattimento arriva al gesto definitivo, qualche volta.
Psicosi è anche, o forse più di tutto, l’ultimo testamento dell’amore impotente, dell’amore che ogni sera si impicca da solo e ogni mattina scioglie il suo cappio, scende giù in strada e con occhi sempre più disperati cerca altri occhi, sempre più ciechi.
E’ il troppo amore da dare.
E il troppo da chiedere.
E’ il Cantico dell’imperfezione, della disarmonia dell’universo e dell’individuo in esso , è l’ultima ballata, l’ultima invocazione, il canto d’Orfeo che risuona , invano.